I film in uscita dal 15 e dal 16 ottobre 2009

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cinepresa di cinemavistodame Nei Cinema dal 15 e 16 Ottobre 2009

15 Ottobre 2009

  • Up – di Peter Docter • Bob Peterson

16 Ottobre 2009

  • Genova – di Michael Winterbottom
  • Lo spazio bianco – di Francesca Comencini
  • Funny People – di Judd Apatow
  • Di me cosa ne sai – di Valerio Jalongo
  • Orphan – di Jaume Collet-Serra
  • Viola di mare – di Donatella Maiorca
  • Halloween II – di Rob Zombie

UP

Up

titolo originale: Up
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: Peter Docter • Bob Peterson
genere: Animazione
durata: 104 min.
distribuzione: Buena Vista International
sceneggiatura: B. Peterson
musiche: M. Giacchino
montaggio: T. Gonzales • C. Hsu

Trama: Un eroe settantenne, assieme al suo incapace compagno ranger, viaggia per il mondo combattendo mostri e malvagi e cenando alle 15.30.

Decolla subito “Up”, ma più i protagonisti si spingono nei cieli meno sembra di volare.

L’ultimo prodotto della Pixar non delude certo le attese, nonostante il clamore attorno questa pellicola sia stato enorme, su tutto la selezione come film d’apertura dell’ultimo Festival di Cannes.

Impeccabile come l’industria californiana ci ha abituato, preceduto da un corto all’altezza dei più famosi, “Up” stupisce perché non si mostra come sarebbe normale aspettarsi, e questo aspetto potrebbe essere l’elemento che lo farà rivalutare maggiormente tra qualche anno.

Niente a che vedere con la poesia di “Wall-E” né dotato della stessa spettacolarità visiva, l’ultimo nato vince, in particolare nei primi minuti, sul piano della risata pura; si differenzia però anche per una vena di tristezza troppo terrena rispetto ai prodotti precedenti, superata troppo velocemente per riuscire a metabolizzarla e dimenticarla.

Nelle dinamiche interne ai personaggi manca originalità, così come nello svolgimento della storia dall’incontro con l’esploratore in poi; la cosa migliore rimane lo spunto iniziale, per un film che si lascia godere dall’inizio alla fine ma non fa gridare al capolavoro.

3 stars virgola cinque e ce ne dispiace assai.

Genova

Genova

titolo originale: Genova
nazione: Gran Bretagna
anno: 2008
regia: Michael Winterbottom
genere: Drammatico
durata: 92 min.
distribuzione: Officine Ubu
cast: C. Firth (Joe) • C. Keener (Barbara) • H. Davis (Marianne) • W. Holland (Kelly) • P. Haney-Jardine (Mary) • K. Shale (Stephen) • D. Goritsas (Steve) • T. White (Michael)
sceneggiatura: L. Coriat • M. Winterbottom
musiche: M. Parmenter
fotografia: M. Zyskind
montaggio: P. Monaghan

Trama: In seguito ad un tragico incidente che provoca la morte della madre Marianne, la sedicenne Kelly e la sorella minore Mary lasciano gli Stati Uniti con il padre Joe per trasferirsi a Genova, dove da anni vive un’amica di Joe, Barbara. Il nuovo ambiente rappresenta per la famiglia la possibilità di ricominciare a vivere: mentre il padre tiene corsi estivi all’università, le due ragazze prendono lezioni di piano a casa di Mauro che vive nella parte più antica della città, un groviglio di stretti viottoli in cui le ragazze faticano ad orientarsi. Mentre Kelly esplora il ventre oscuro di questo nuovo mondo e inizia a vivere i primi amori, Mary si sente responsabile della morte della madre e avverte la sua presenza nei meandri della città.

Dopo “Road to Guantanamo” ed altri film altrettanto impegnati, ci si potrebbe aspettare che “Genova” sia un film sul G8 e sui pestaggi alla Diaz.

Invece Winterbottom torna al cinema tradizionale, alla fiction pura, scegliendo il capoluogo ligure quale sfondo per ambientare una difficile vicenda familiare, l’immersione in una nuova realtà tanto esterna quanto interiore da parte di un padre appena rimasto vedovo e delle sue due figlie. Lungi dal rimanere semplice sfondo, a mo’ di cartolina turistica, Genova diventa man mano che la vicenda evolve il vero protagonista del film, interagendo con i protagonisti e le loro sensazioni, determinandone le azioni e le reazioni.

Winterbottom si dimostra a suo agio con la macchina a mano attraverso gli stretti vicoli di un centro storico ingarbugliato come quello genovese, appoggiandosi per il resto sulle spalle di un ottimo Colin Firth, alla sua prima convincente prova da protagonista drammatico. L’elaborazione del lutto è un tema che inevitabilmente ricorre spesso al cinema, principalmente per via delle proprietà catartiche che riconosciamo a questo strumento: in “Genova” quantomeno si evitano i toni elevati, mantenendo costantemente la vicenda sull’orlo di una tensione che minaccia di esplodere ma rimane interiore.

Un’ultima cosa … distrubuiscono il film le “Officine Ubu“, no dico scherziamo?

Direi almeno 3 stars virgola cinque.

Lo spazio bianco

Lo spazio bianco

titolo originale: Lo spazio bianco
nazione: Italia
anno: 2009
regi:a: Francesca Comencini
genere: Drammatico
durata: 96 min.
distribuzione: 01 Distribution
cast: M. Buy (Maria) • S. Cantalupo (Gaetano) • G. Caprino (Pietro) • G. Bruno (Giovanni Berti)
sceneggiatura: F. Comencini • F. Pontremoli
musiche: N. Tescari
fotografia: L. Bigazzi
montaggio: M. Fiocchi

Trama: Maria aspetta una bambina, non è più incinta ma aspetta lo stesso. Aspetta che sua figlia nasca, o muoia. E se c’è una cosa che Maria non sa fare è aspettare. È per questo che i tre mesi che deve affrontare, sola, nell’attesa che sua figlia Irene esca dall’incubatrice, la colgono impreparata. Abituata a fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze e a decidere con piena autonomia della propria vita, Maria si costringe a un’apnea passiva che esclude il mondo intero, si imprigiona nello spazio bianco dell’attesa. Ma questo sforzo di isolamento doloroso consuma anche l’ultimo filo di energia a disposizione: la bolla di solitudine in cui Maria si è rinchiusa è messa a dura prova e alla fine esplode. È necessario che Maria salvi se stessa per riuscire a salvare la bambina.

Lo spazio bianco” è la trasposizione dal letterario al filmico dell’omonimo romanzo di Valeria Parrella pubblicato in Italia da Einaudi.

Lo stile narrativo della Comencini, posato e realistico come in passato, si apre questa volta anche alla forza visionaria di alcune scene surreali (il ballo delle madri, la scomparsa di Pietro dietro una folla di scout in piazza Plebiscito), intermezzi dell’anima che esprimono la parte più intima e personale della protagonista. Nell’attesa di un segno rivelatore, di un cambiamento, di un assestamento, le tende dell’ospedale si aprono e si chiudono segnando il repentino passaggio dall’insicurezza a brevi momenti di gioia, dallo sconforto alla speranza. La musica, tutta al femminile (Blondie, Nina Simone, Cat Power, Ella Fitzgerald), avvolge il dramma dell’attesa in una delicatezza priva di facili sentimentalismi, accarezzando la storia e infondendole forza e tenacia. Un modo raro di raccontare che porta l’attenzione su uno dei momenti più straordinari della vita di una donna. Tra il ‘bianco’ che annulla e contiene tutte le emozioni e lo ‘spazio’ dell’anima, dove la nascita di un figlio riserva un posto speciale.

3 stars ed un virgola cinque solo per Margherita Buy (nuda).

Funny People

Funny People

titolo originale: Funny People
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: Judd Apatow
genere: Commedia
durata: 136 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: A. Sandler (George Simmons) • S. Rogen (Ira Wright) • E. Bana (Clarke) • L. Mann (Laura) • J. Schwartzman (Mark Taylor Jackson)
sceneggiatura: J. Apatow
musiche: J. Schwartzman
fotografia: J. Kaminski
montaggio: C. Alpert • B. White

Trama: George Simmons è un cabarettista di successo. Le donne gli cadono ai piedi, gli uomini ne cercano l’amicizia. Un giorno scopre di avere una grave malattia del sangue che lo condanna ad un solo anno di vita. Una sera dopo un’esibizione in un locale, incontra Ira Wright, un comico alle prime armi. George gli insegna i trucchi del mestiere, i segreti dell’improvvisazione, temprandolo per il grande pubblico. Ma oltre ad un maestro di recitazione George si rivela per Ira un maestro di vita e un amico genuino.

Uno dei film meno peggio della settimana ed ho detto tutto.

3 stars virgola cinque.

Di me cosa ne sai

Di me cosa ne sai

titolo originale Di me cosa ne sai
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Valerio Jalongo
genere: Documentario
durata: 78 min.
distribuzione: Istituto Luce
sceneggiatura: V. Jalongo • G. Manfredonia • F. Farina
montaggio: M. Garrone

Trama: Fino agli anni Settanta il cinema italiano dominava la scena internazionale, arrivando perfino a fare concorrenza ad Hollywood. Poi, nel volgere di pochi anni, il rapido declino, la fuga dei nostri maggiori produttori, la crisi dei grandi registi-autori, il crollo della produzione. Ma quali sono le vere cause e le circostanze di questo declino? Nel cercare di dare una risposta a questa domanda, “Di Me Cosa Ne Sai” tenta di raccontare questa grande mutazione culturale.

Non ne sappiamo nulla appunto è questo il problema.

A parte che Vittorio Longo è:

un attore:
La città dei nostri sogni (1988),

uno sceneggiatore:
Di me cosa ne sai (2009)
Sulla mia pelle (2005) (story)
Torniamo a casa (1999) (TV) (screenplay)
Messaggi quasi segreti (1997) (writer)
La città dei nostri sogni (1988) (story)

ed un regista italiano:
Di me cosa ne sai (2009)
Sulla mia pelle (2005)
Torniamo a casa (1999) (TV)
Messaggi quasi segreti (1997)
La città dei nostri sogni (1988)
Juke box (1985)

“Di me cosa ne sai” comincia come un’inchiesta su uno dei tanti misteri degli anni Settanta. Ma a differenza di altri misteri italiani senza soluzione, qui non ci sono cadaveri, né stragi. C’è però l’improvviso, rapidissimo declino di un cinema che per trent’anni ha dominato le scene internazionali. Com’è potuto succedere? Chi o che cosa ha ucciso il grande cinema italiano? Questa domanda ci guida in un percorso ricco di testimonianze preziose e di riflessioni originali: da Mario Monicelli a Wim Wenders, da Dino De Laurentiis ad Andreotti, Ken Loach e molti registi italiani. Ma “Di me cosa ne sai” è soprattutto un racconto in forma di diario, brevi sprazzi dalla vita quotidiana di alcuni registi impegnati in una lotta a volte drammatica a volte comica per difendere il proprio lavoro e i propri film, che spesso è anche una lotta per la sopravvivenza personale. Un viaggio in Italia attraverso sale cinematografiche, esercenti innamorati del proprio mestiere, multiplex, laboratori digitali di Cinecittà e vecchi proiezionisti girovaghi… un viaggio che è anche un ritratto amoroso del cinema e del nostro paese.

Diciamo che questo è un film che parla del cinema italiano.

Forse è davvero un progetto interessante.

Lo rivalutiamo?

Io direi che un po’ m’incuriosisce e merita almeno 3 stars.

Orphan

Orphan

titolo originale: Orphan
nazione: U.S.A. / Canada
anno: 2009
regia: Jaume Collet-Serra
genere: Horror
durata: 123 min.
distribuzione: Warner Bros
cast: V. Farmiga (Kate Coleman) • P. Sarsgaard (John Coleman) • I. Fuhrman (Esther) • C. Pounder (Sister Abigail) • J. Bennett (Daniel Coleman) • M. Martindale (Dr. Browning) • K. Roden (Dr. Värava)
sceneggiatura: D. Johnson
musiche: J. Ottman
fotografia: J. Cutter
montaggio: T. Alverson

Trama: La tragica perdita del figlio deceduto prima di venire alla luce ha devastato Kate e John, mettendo in crisi il loro matrimonio e minando la fragile psiche di Kate, tormentata da incubi e visioni legate al passato. Lottando per riconquistare una parvenza di normalità, la coppia decide di adottare un bambino e rimane profondamente colpita dalla piccola Esther, incontrata all’orfanotrofio locale. Ma quando Esther si trasferisce nella loro casa, un’allarmante serie di eventi inspiegabili si manifesta tanto da spingere Kate a credere che nella bambina ci sia qualcosa di sbagliato e che il suo aspetto angelico nasconda in realtà qualcosa di terribile …

Non c’è niente di più spaventoso come l’idea di essersi messi in casa qualcuno che non si conosce bene e che con il tempo si rivela sempre più inquietante. La convivenza con un elemento deviante che riesce a metterci contro i nostri cari è da sempre una scintilla che scatena ansia, come anche il tema del bambino demoniaco (sia metaforicamente che effettivamente) capace di passare per innocente agli occhi di tutti e di far credere pazzi coloro che lo accusano. Jaume Collet-Sera su quest’impianto si inventa molto poco rubando suggestioni da L’Innocenza del Diavolo e molto horror spagnolo recente. La sua idea di suspense non solo è abbastanza scontata ma a tratti anche ingannatoria.

Lunghi momenti di silenzio interrotti da rumori improvvisi, porte che sbattono, macchine che suonano il clacson o impennate della colonna sonora sono il mezzo principale per aumentare la tensione anche quando poi si rivela un inganno, quando cioè la molta paura del protagonista (e dello spettatore) è per qualcosa che avviene. Purtroppo tutto questo non è propedeutico a null’altro, uno spavento fine a se stesso senza che ci sia nessuna vera costruzione di una paura duratura.

Solo il colpo di scena finale riesce a regalare qualche brivido inatteso e un senso di inquietudine riguardo i bambini e il loro modo di apprendere e rimestare le nozioni che li circondano che riesce ad accompagnare lo spettatore anche fuori dalla sala. Ma è comunque poca cosa.

3 stars.

Viola di mare

Viola di mare

titolo originale: Viola di mare
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Donatella Maiorca
genere: Drammatico
durata: 105 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: V. Solarino (Angelo/Angela) • I. Ragonese (Sara) • E. Fantastichini (Salvatore) • M. Cucinotta (Agnese) • G. Volodi (Lucia) • M. Foschi (Tommaso) • L. Lante della Rovere (Baronessa) • C. Fortuna (Ventura) • A. Vassallo (Nicolino) • E. Cucinotti (Concetta)
sceneggiatura: D. Maiorca • P. Mandolfo • M. Cristiani • D. Diamanti
fotografia: R. Allegrini
montaggio: M. Spoletini

Trama: Sullo sfondo dell’Italia ottocentesca, mentre Garibaldi sbarca in Sicilia con i suoi Mille, in una piccola isola, tra il mare pressante e la siciliana fede dei ruoli blindati, una donna vive una rivoluzione ben più grande: per sopravvivere allo scandalo della propria omosessualità accetta di fingersi uomo. A 25 anni la sua vita diventa quella di un altro: coppola, sigaro in bocca, una famiglia benedetta dal Signore, e tanto potere per occultare la trasformazione.

La storia del film Viola di mare prende spunto da un fatto realmente accaduto in un’isola della Sicilia di fine ’800.

La regista Donatella Maiorca proviene dalla televisione è stata in particolare regista de “La Squadra”.

Non deve stupire pertanto la distribuzione della Medusa Film.

Sfrondata da ogni orpello di perversione, la storia di Angela è unicamente una storia d’amore, di desiderio oltre che una strategia del vivere.

Ce ne frega qualcosa?

Io direi 2 stars virgola cinque.

Halloween II

Halloween II

titolo originale: Halloween II
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: Rob Zombie
genere: Horror
durata: 101 min.
distribuzione: Mediafilm
cast: S. Moon (Deborah Myers) • C. Vanek (Young Michael) • S. Taylor-Compton (Laurie Strode) • B. Dourif (Sceriffo Lee Brackett) • C. Williams (Dr. Maple) • M. Mcdowell (Dr. Samuel Loomis) • T. Mane (Michael Myers) • D. Callie (Coroner Hooks) • R. Brake (Gary Scott) • B. Rue (Jazlean Benny) • M. Boone Junior (Floyd) • R. Curtis-Brown (Kyle Van Der Klok)
sceneggiatura: R. Zombie
musiche: T. Bates
fotografia: B. Trost
montaggio: G. Garland • J. Pashby

Trama: E’ di nuovo Halloween, e Michael Myers fa ritorno nella soporifera cittadina di Haddonfield, Illinois, per occuparsi di alcune questioni di famiglia rimaste irrisolte. Scatenando una scia di terrore, Myers non si fermerà davanti a niente per celare i segreti del suo oscuro passato. Ma la città ha un nuovo improbabile eroe, se i suoi abitanti riusciranno a sopravvivere abbastanza a lungo da fermare ciò che non può essere fermato.

Gli omaggi e i remake sono sempre pericolosi ma Rob Zombie ci si trova così a suo agio che, dopo aver affrontato le premesse e il remake dell’omonimo film di Carpenter del 1979, decide di ‘omaggiare’ anche il suo seguito del 1981. Lo fa con grande consapevolezza del mezzo e del genere nel primo terzo del film.

A partire dal momento in cui Laurie viene trasportata in ospedale la tensione sale e la paura si fa palpabile. Perché Zombie è indubbiamente capace di far percepire l’orrore rendendolo credibile e ‘quotidiano’. Dove riesce meno è nella strutturazione narrativa. Tutte le sequenze dedicate all’autopromozione del Dottor Loomis (che vorrebbero essere una freccia avvelenata scagliata contro chi strumentalizza a fini personali le sofferenze e la morte trasformandole in evento mediatico) finiscono con lo spezzare proprio quella tensione che così abilmente era stata costruita dallo Zombie regista.

È come se Rob avesse (e la migliore delle tradizioni horror lo contempla) due sé al suo interno. Uno dei quali lotta per distruggere il lavoro dell’altro.

Noi diciamo 2 stars.

E i trailer dove li guardo?

Ma nell’area commenti dell’altro blog cliccando qui, che domande.

A cura di cinemavistodame.com

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~ di Roberto Bernabo' su 15 ottobre 2009.

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